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CON IL CUORE FINO ALLA VITTORIA - Io credo risorgerò

di Lidia Vivaldi
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La prima volta che incontrai dal vivo il Verona fu nell'estate 2011. L'amichevole, organizzata a Trento, vide una grandissima partecipazione di pubblico: da una parte i tanti doriani saliti come d'abitudine a Moena per il ritiro, dall'altra una moltitudine di Butei galvanizzati per il ritorno in Serie B dopo quattro durissimi anni in Lega Pro. (Spoiler: non vincemmo nemmeno quella volta.) Con il settore blucerchiato già esaurito, finimmo per comprare i biglietti in uno dei settori gialloblu, potendo contare sull'amicizia che lega le due tifoserie in uno dei gemellaggi più solidi ancora in essere. Il pomeriggio di sana competitività sul campo fu coronato dalla memorabile performance dei veronesi sugli spalti, che festeggiavano la fine del periodo buio con il loro miglior repertorio canoro. Poi partì "Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvator... Sìsìsì!" e fummo colti completamente di sorpresa dalla solennità mista a goliardia di quel coro cantato a gran voce per esorcizzare le sfortune che, inevitabilmente, prima o poi vengono a bussare alla porta anche di coloro che tra gli anni '80 e '90 hanno portato il Tricolore sul petto.

Sì, lo ammetto, ci sto girando intorno anche questa volta. Ma non si può partire in quarta parlando della partita di sabato senza addolcire un poco la pillola, altrimenti a chiunque verrebbe l'istinto di chiudere di colpo il browser e aprire Fruit Ninja per cercare di cancellare immediatamente il ricordo di quanto visto al Bentegodi prendendo a sciabolate delle angurie. Purtroppo noialtri sugli spalti dello stadio veronese scarseggiavamo di sciabole, e soprattutto di frutta su cui accanire la nostra frustrazione, per cui ci siamo dovuti limitare a cantare e cercare di scuotere la squadra dalla sua scioccante apatia dal 1° al 90°. Uno sforzo vano.

Era a malapena stato calato il lunghissimo bandierone della coreografia quando, alla prima vera occasione, il Verona riusciva ad assestare un colpo letale alla fragile Sampdoria. La difesa, schierata nuovamente a tre con Ferrari al centro, Bereszynski a destra e Chabot a sinistra, e coadiuvata dai cursori Depaoli e Murru, mostrava da subito gli enormi limiti palesati finora: grande sofferenza in occasione delle ripartenze del Verona, permeabilità sulle fasce, poca intesa, giocatori spesso in ritardo rispetto agli avversari. Sul corner di Veloso, Kumbulla veniva lasciato colpevolmente libero di staccare e colpire di testa da Vieira e Ferrari, ma tutte le marcature in area risultavano piuttosto statiche rispetto alla dinamicità di una squadra come il Verona, che sa benissimo di dover dare battaglia e sfruttare ogni pallone per conquistarsi il diritto di rimanere in questa Serie A.

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La sfortunata autorete di Murru andava ad appesantire un passivo su cui già gravava la vitoria della Spal del primo pomeriggio. Ora navighiamo da soli sul fondo della classifica, e non è un bel vedere. Chiunque si trovava allo stadio sabato, ne è uscito sfiduciato e depresso come raramente è accaduto negli ultimi anni. Chi era davanti alla tv penso abbia spento appena dopo il fischio finale con lo stesso sentimento. Ma forse stenterete a credere che il report statistico della partita dipinge un quadro diverso, una gara piuttosto equilibrata decisa da due episodi, con la Samp che detiene la miglior percentuale di passaggi riusciti, il vantaggio nel possesso palla complessivo, e molti altri dati che stridono con ciò che si è visto in campo, ovvero una squadra per larghi tratti in balia dell'avversario.

Il reparto difensivo blucerchiato che, per completezza di analisi, è passato a quattro nel finale di gara, dopo l'uscita di Bereszynski ed il conseguente abbassamento degli esterni, è apparso fin dai primi minuti incerto, spaurito, mai in palla. Se anche giocatori come Amrabat e Veloso riescono a sembrare Modric quando vanno in pressing offensivo, è evidente che le ragioni siano non solo di natura tecnica ma anche psicologica e caratteriale.

Dopo la batosta di sabato, i Sampdoriani hanno iniziato la settimana con ulteriori colpi di scena che necessiteranno di tempo per essere metabolizzati, ma che non sono argomento di questa rubrica. Io posso solo pensare che l'Alex Ferrari del Bentegodi non sia lo stesso che l'anno scorso esordì con grande personalità nientemeno che allo Juventus Stadium, e che il Nicola Murru e il Bartosz Bereszynski di questo inizio campionato non siano gli stessi che con le proprie prestazioni in blucerchiato sono arrivati a conquistarsi le chiamate in nazionale maggiore. Io posso solo pensare che queste siano le controfigure dei giocatori che in passato hanno dimostrato di essere all'altezza della Serie A e della maglia che indossano. Io posso solo credere che risorgeremo e chiedere in prestito ai tifosi dell'Hellas quel coro che esorcizza le paure. Io credo...


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